Bullismo e cyberbullismo: definiamo il fenomeno

Bullismo e cyberbullismo: definiamo il fenomeno

Il dibattito sul bullismo e sulla sua espressione digitale, il cyberbullismo, è entrato nel vivo nel nostro Paese dopo un evento drammatico: il suicidio della quattordicenne Carolina Picchio nella notte fra il 4 e il 5 gennaio 2013 a Novara[1]. Questa storia ha condotto a un salto di sensibilità sull’argomento, ancora oggi troppo spesso derubricato al capitolo delle “ragazzate”.

Il bullismo infatti non è riconducibile alle normali scaramucce adolescenziali: non è uno scherzo, non è un litigio sporadico, non è un’incomprensione. Certe volte è essenziale definire cosa non sia, anche per evitare allarmismi diffusi. Seguendo la definizione del Telefono Azzurro, si tratta di azioni di “sistematica prevaricazione e sopruso messe in atto da parte di un bambino o adolescente o da parte di un gruppo di essi nei confronti di un altro bambino o adolescente percepito come più debole, la vittima”.

Caratteri peculiari degli atti di bullismo sono la loro ripetizione nel corso del tempo, la gratuità delle azioni offensive e la capacità di espandersi ben oltre il lato fisico, alla ricerca di un’assoluta asimmetria della relazione e di un rapporto di sottomissione psicologica o quanto meno di controllo. Tant’è che la vittima fa fatica a uscire allo scoperto proprio perché teme vendette e ripercussioni.

Il cyberbullismo, la cui definizione si deve all’educatore canadese Bill Belsey, che ne parlò già nel lontano 2002 aprendo anche il sito cyberbullying.ca, “coinvolge l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per sostenere un comportamento deliberatamente ostile e ripetuto nel tempo da un individuo o da un gruppo orientato a fare del male agli altri”.

Il bullismo c’è sempre stato, ma oggi purtroppo la società non propone più modelli positivi da contrapporgli. Di conseguenza aumentano le difficoltà per i ragazzi, soprattutto quando sono in fase di crescita. Spesso non hanno adulti di riferimento, a causa di situazioni legate al contesto familiare o sociale. Le circostanze variano, sono molto soggettive, ma in generale il problema è che i giovani non capiscono il ruolo dell’adulto: nelle cronache vediamo genitori che attaccano gli insegnanti e insegnanti che attaccano i genitori. Non possiamo pretendere dai ragazzi che capiscano quello che devono fare se non hanno un buon modello da seguire. L’obiettivo deve essere invece far comprendere ai ragazzi qualcosa che ancora non hanno chiaro: le relazioni e i ruoli nella società.

Molti bulli riversano all’esterno quello che hanno visto, vissuto e sperimentato personalmente, magari dentro casa. I baby bulli, per esempio, possono imparare la violenza dalla tecnologia – quando sono messi davanti a strumenti che non sanno utilizzare, con immagini aggressive e violente che diventano quasi normali perché sono troppo piccoli per gestire quello che vedono o ascoltano -, e all’interno del contesto familiare, dove vivono con adulti che non hanno regole e che si attaccano verbalmente o fisicamente. È chiaro che poi tutto questo lo portano fuori. Trasformano la rabbia in aggressività. Come tutte le emozioni, anche la rabbia è utile, serve per difendersi. Invece i bulli la utilizzano come esercizio di potere: io devo dimostrare di essere forte, il più forte, per camuffare le mie difficoltà. I bulli vivono il tormento che hanno respirato nel loro ambiente di vita; lo portano fuori, ma non stanno bene.

Una positiva nota di speranza arriva da psicoterapeuti che lavorano per la prevenzione e il contrasto a bullismo e cyberbullismo: i ragazzi possono modificare questo status. Senza dubbio però prima si interviene e si fa un lavoro legato ai contesti in cui i ragazzi e i bambini vivono, meglio è. Negli ultimi anni l’indirizzo prevalente è sempre più orientato verso un recupero e una giustizia riparativa e non solo punitiva (cioè si considera il reato nei termini di danno alle persone), per cui il bullo deve rimediare alle conseguenze della sua condotta. È quello che oggi sostengono anche le stesse forze dell’ordine e i tribunali per i minorenni.

[1] La ragazza era stata molestata sessualmente nel corso di una festa, due mesi prima, da un gruppo di ragazzini fra i 13 e i 15 anni. I video girati in quell’occasione avevano iniziato a circolare su Facebook conducendola alla disperazione.

Dott. Ettore Coppola